Report di fine giornata: La misura femminile dell’economia

La conferenza di oggi parte con una dedica speciale a Berta Caceres, attivista  assassinata in Honduras nello scorso marzo perché protagonista di importanti battaglie ambientali in difesa del territorio. La discussione è iniziata con una domanda: “E’ possibile rompere il nesso tra genere, natura e rapporti di produzione?”.  Una domanda che ha avuto come punto di partenza il lato economico per poi esondare, attraverso un racconto che ha messo in relazione diverse esperienze soggettive, in tanti aspetti del protagonismo femminile all’interno della società.

Elena Sisti, economista della London School of Economics, ha spiegato brevemente il significato di “economia”, disciplina sociale che tenta di capire quello che succede attorno a noi. Con l’inizio della crisi l’impianto economico dominante ha mostrato  al mondo le proprie crepe. Quello che diverse economiste si sono chieste è stato: «Come la crisi può diventare un’opportunità per rompere il rapporto storico-sociale tra economia e genere».

Riprendendo alcune riflessioni contenute nel suo libro “Le donne reggono il mondo. Intuizioni femminili per cambiare l’economia”, pubblicato nel 2010, la Sisti ha spiegato perché l’impianto teorico dell’economia tradizionale è fortemente maschile. I dati Istat, ad esempio, definiscono inattive economicamente tante donne, ignorando gran parte della produzione sociale (che in questo momento rappresenta, in Italia, il40% del PIL). L’economia “maschile” ha sempre avuto riflessi sulle scelte politiche compiute dai governi. «L’economia classica prende le sue teorie maschili e le trasforma in verità assolute: questa è la base dell’economia neoliberale». Gli uomini in giacca e cravatta sono il simbolo dell’economia contemporanea, dominata dalla finanza.

La crisi economica ha consentito l’affermarsi di nuove teorie economiche, che hanno messo al centro il sistema delle relazioni e tutto il tessuto informale che la scienza economica tradizionale ha sempre relegato in secondo piano. Secondo Elena Sisti la cultura e la sanità sono le vere infrastrutture sociali su cui bisognerebbe investire,  per produrre sviluppo economico ma anche per produrre comunità e per rompere il dominio dell’economia declinata al maschile, che non ammette al proprio interno cambiamenti. Le nuove teorie economiche sono partite proprio dal presupposto che modo le donne, con il proprio vissuto quotidiano, possono essere protagoniste delle trasformazioni.

Stephanie Westbrook, attivista per i diritti umani in Palestina e referente nazionale per BDS Italia (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele) ha parlato del ruolo delle donne nella lotta palestinese. Un ruolo che negli ultimi anni è cresciuto, sia all’interno dei territori sia nelle campagne internazionali di solidarietà. Tra queste è stata di fondamentale importanza la campagna internazionale contro Mekorot, la società partecipata che gestisce la stragrande maggioranza della fornitura d’acqua nello Stato di Israele. L’utilizzo esclusivo, da parte de governo israeliano, del servizio idrico è stato uno degli strumenti principali per indebolire il popolo palestinese, ma grazie a questa campagna di boicottaggio e sensibilizzazione questo argomento è diventato di dominio pubblico.

Negli ultimi anni il ruolo delle donne è aumentato anche nell’attivismo digitale, in particolare con la campagna “Who profits”, grazie alla quale è stato costruito un database che raccoglie tutte le imprese mondiali coinvolte nella violazione dei diritti dei palestinesi. Una campagna che ha visto una violenta risposta da parte delle autorità israeliane, che hanno provato in diversi modi a bloccare la diffusione del database.

La Westbrook ha concluso accennando all’importanza delle campagne di boicottaggio che, nonostante partano dal presupposto della “negazione”,  affermano il valore del rifiuto di collaborare con un sistema ingiusto.

Agitu Ideo, profuga ed attivista etiope, ha iniziato il suo discorso facendo riferimento al fenomeno del landgrabbing (accaparramento delle risorse da parte delle multinazionali), che sta affamando non solo la sua terra ma l’intera Africa. Frutto del ricollocamento produttivo fatto dalle grandi corporation in Africa, il Landgrabbing negli ultimi decenni ha distrutto la cultura contadina tradizionale, fondata sull’autosufficienza, su cui storicamente si reggeva l’economia del continente africano. Il Landgrabbing è fortemente sostenuto dai diversi governi africani, che non tollerano alcuna forma di resistenza. Negli anni scorsi diversi oppositori politici sono stati fatti sparire. In Etiopia la maggior parte della terra fertile è in mano alle multinazionali. Questo ha prodotti milioni di sfollati, molti dei quali costretti a migrare. Tra il 2010 ed il 2015 grandi manifestazione di opposizione hanno visto una grandissima repressione da parte delle autorità, che ha costretto tantissime persone a fuggire dall’Etiopia. Per questa ragione in Etiopia sono molto spesso sono le giovani donne rimaste in patria a sostenere le loro famiglie contadine, ormai alla fame.

Agitu ha parlato della propria esperienza in Italia, che da esule l’ha trasformata in un’imprenditrice agricola. Il progetto che la vede protagonista, denominato “capra felice”, riguarda la valorizzazione di un capo tradizionale del piccolo allevamento trentino, la capra pezzata mochena, in via d’estinzione.

Gabriella Ghidoni ha portato come contributo la propria esperienza di cooperazione internazionale in Afghanistan. Esperienza che è stata origine di un progetto di imprenditoria sociale che coinvolge diverse donne afghane. Royah (che in persiano significa “visione”) è un progetto di artigianato tessile nato dal contatto di Gabriella con la cultura afghana. «Operare in un contesto che ha avuto 27 anni di conflitto, che ha visto la demolizione violenta della cultura afghana, mi ha fatto scoprire che le donne sono state fondamentali per la trasmissione dei valori fondanti di questo popolo». Nonostante questo ruolo non abbia avuto un riconoscimento politico in questo momento sta avendo una grande importanza per le donne afghane nell’acquisizione di una consapevolezza della propria potenza.